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Le nuove professioni: il ruolo della green economy

Il professor Mario Beccari, direttore del Comitato scientifico della Fondazione Angelo Frammartino, ha tenuto un intervento sulla “green economy” in occasione del FrammaDay 2014 svoltosi in Campidoglio il 30 aprile scorso. Il professore ci ha gentilmente inviato il testo del suo  interessante contributo che noi siamo lieti di pubblicare, raccomandandone la lettura soprattutto ai giovani per i nuovi orizzonti occupazionali che si aprono in tale settore.

 



Fondazione Angelo Frammartino ONLUS - FrammaDay 2014


Le nuove professioni : il ruolo della green economy

Mario Beccari, Università La Sapienza di Roma

 

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La visione italiana della green economy

La green economy può essere definita come un progetto di sviluppo economico sostenibile che ha il duplice obiettivo di affrontare la crisi ambientale e di rivitalizzare l’economia, promuovendo investimenti, privati e pubblici, in settori strategici quali lo sviluppo di tecnologie pulite, l’aumento dell’efficienza energetica, l’impiego di energie rinnovabili, il risparmio di risorse naturali, il  mantenimento e il ripristino del capitale naturale.


La green economy  non è da intendere soltanto come il passaggio da un’economia tradizionale a un’economia verde, ma presuppone un cambiamento radicale nella struttura e nel modus operandi della società civile, attraverso l’integrazione degli aspetti economici con quelli ambientali e sociali. In altre parole, il passaggio alla green economy richiede di modificare non solo i cicli produttivi e i consumi, ma anche di innovare gli approcci culturali e gli stili di vita.

L’urgenza di questo cambiamento è fortemente percepita anche in Italia. Nel 2012, da un’idea del Ministero dell’Ambiente e a seguito degli impegni presi dall’Italia durante la Conferenza delle Nazioni Unite di Rio + 20, sono nati gli Stati Generali della Green Economy, convocati per la prima volta a novembre presso la Fiera Ecomondo a Rimini. A partire dal febbraio 2013, gli Stati Generali sono promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, composto da 66 organizzazioni di imprese rappresentative della green economy. Il Consiglio Nazionale  agisce in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e con il Ministero dello Sviluppo Economico, con il supporto organizzativo della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Nel novembre 2013 gli Stati Generali sono stati tenuti nuovamente  a Rimini dove è stata presentata la proposta per un Green New Deal per l’Italia. La proposta è riassunta  in una roadmap che si articola in 79 punti programmatici, il primo dei quali definisce la green economy come “il progetto per il paese per affrontare le crisi – economica, ecologica e occupazionale – che stanno affliggendo l’Italia”.

I settori strategici per lo sviluppo della green economy


All’interno del Consiglio Nazionale della Green Economy e a supporto degli Stati Generali, sono stati costituiti 10 Gruppi di Lavoro formati da esperti di settore, con il compito di preparare documenti programmatici, aperti alla consultazione attiva delle parti interessate attraverso assemblee nazionali,  in 10 settori strategici e precisamente :

 

  1. Tutelare le risorse naturali (materiali ed energetiche), in ragione della loro scarsità

  2. Conservare il capitale naturale, riconoscendone il valore

  3. Mitigare la crisi climatica, agendo sulla riduzione delle emissioni dei gas serra.


I 10 settori strategici sono caratterizzati da una forte interconnessione, come può essere evidenziato da un esame più approfondito dei singoli settori. A titolo di esempio, si considerino i settori della “Tutela e valorizzazione dei servizi ambientali” e della “Tutela delle acque”.

La tutela e la valorizzazione dei servizi ambientali


Il capitale naturale costituisce il fondamento patrimoniale di tutte le attività economiche ed è dato dai beni e dai servizi offerti dagli ecosistemi.

Gli ecosistemi sono sistemi aperti dove una componente biotica (costituita da una comunità di organismi animali e vegetali) interagisce con una componente abiotica dando luogo a un equilibrio dinamico regolato dai flussi di energia, carbonio e nutrienti necessari per la vita. Gli ecosistemi forniscono non soltanto prodotti essenziali (cibo, acqua, legname, ecc.), ma assolvono anche a funzioni di regolazione (del clima, del ciclo dell’acqua, ecc.) e di supporto (depurazione naturale dell’acqua e dell’aria, conservazione del suolo, ecc.).

Per servizi ambientali si intendono “sia le risorse e i servizi offerti dal capitale naturale che le attività umane volte a tutelare e incrementare i benefici prodotti dagli ecosistemi” (secondo la definizione data dagli Stati Generali della Green Economy, novembre 2012).

E’ molto difficile attribuire un valore specifico ai servizi ambientali, per es. all’aria sana e respirabile, perchè la sua disponibilità non è legata a una transazione economica. La mancanza di valori numerici di riferimento ha fatto sì che agli occhi dei decisori politici i servizi ambientali hanno assunto una priorità minore rispetto ai beni e ai servizi economici. Questo atteggiamento ha determinato una accelerazione sempre crescente del degrado ambientale, con altrettanto rapida crescita dei costi sociali ed economici associati a tale degrado. Ciò ha di fatto contribuito, insieme alla crisi finanziaria, al rallentamento che ha coinvolto lo sviluppo delle economie mondiali.

Questa spirale negativa trova esempi significativi nella realtà italiana. Per esempio, secondo il Ministero dell’Ambiente negli ultimi 20 anni i danni conseguenti al dissesto idrogeologico sono stimabili in 50 miliardi di euro.

La problematica legata all’uso del suolo rappresenta un esempio importante della necessità di tutelare e valorizzare i servizi ambientali. Il suolo è un sistema dinamico che svolge un ruolo fondamentale per l’attività umana e la sopravvivenza degli ecosistemi. Il processo di formazione e rigenerazione del suolo è molto lento e per questo motivo il suolo va considerato come una risorsa essenzialmente non rinnovabile e, come tale, richiede un’adeguata protezione. I principali processi di degradazione a cui sono esposti i suoli sono l’erosione, la diminuzione della materia organica, la contaminazione, la salinizzazione, la compattazione, la diminuzione della biodiversità, l’impermeabilizzazione, le inondazioni e gli smottamenti.

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Circa il 75 % della popolazione europea vive attualmente in aree urbane (con un aumento previsto di tale valore fino all’80 % entro il 2020), da cui consegue che l’impermeabilizzazione del suolo derivante dalla diffusione del tessuto urbano e industriale è molto elevata, interessando circa il 9 % della superficie, con le evidenti implicazione negative sui processi di erosione del suolo e sul dissesto idrogeologico (inondazioni ed eventi franosi). Per quanto riguarda l’Italia, l’Istat ha stimato che ogni anno la progressiva urbanizzazione del territorio provoca una perdita di 50.000 ettari di superficie naturale, rurale o agricola, con effetti negativi sulla biodiversità tanto più rilevanti se si tiene conto che l’Italia possiede il più alto numero di specie animali in Europa e che per la sua posizione geografica svolge un ruolo essenziale a livello europeo per la conservazione di numerose specie migranti.

Costituisce pertanto una esigenza ineludibile che in Italia vengano attuati alcuni strumenti di programmazione già previsti, per esempio la fissazione del divieto di consumare nuovo suolo se prima non si dimostra di non poter soddisfare i nuovi fabbisogni di residenze (private, industriali e commerciali) attraverso il recupero di strutture già esistenti e/o di aree già utilizzate.

In questo contesto, il tema della bonifica dei siti (suoli e acque di falda) inquinati ha assunto una importanza strategica non soltanto in campo ambientale, ma come tema portante della green economy in quanto garantisce il recupero delle aree bonificate all’uso produttivo e, di conseguenza, permette di ridurre il consumo di nuovo suolo per gli stessi fini. In Italia circa il 3 % del territorio nazionale risulta seriamente contaminato. I siti contaminati individuati in Italia sono circa 11.000, di cui 39 di interesse nazionale. Secondo una stima meramente orientativa l’impegno finanziario per il risanamento dei siti inquinati in Italia dovrebbe collocarsi intorno ad almeno 500 Euro per abitante, corrispondente a un investimento di almeno 30 miliardi di Euro.

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In coerenza con gli obiettivi della green economy, occorre incentivare lo sviluppo di tecnologie di bonifica innovative, di basso costo e di elevata efficacia ambientale, capaci anche di minimizzare gli impatti negativi (impronta ambientale) associati alla bonifica (green remediation).

La tutela delle acque


La riorganizzazione del servizio idrico nazionale deve essere accompagnata dalla realizzazione delle opere necessarie alla riqualificazione e al potenziamento delle infrastrutture (acquedotti, reti comunali di distribuzione acqua potabile, reti fognarie, depuratori delle acque reflue).

In Italia il valore medio del coefficiente di perdita dell’acqua a uso potabile nelle reti comunali di distribuzione è pari al 32 %, ma occorre considerare che le dispersioni sono più elevate nel Sud dell'Italia (42 %), cioè nelle regioni già meno ricche di risorse idriche e dove la criticità è spesso determinata anche dall'elevata domanda dovuta alle presenze turistiche. I valori del coefficiente di perdita osservati in numerosi paesi europei sono marcatamente inferiori al dato italiano (Germania 7,3 %, Danimarca 10 %, Finlandia 15 %, Svezia 17 %, Regno Unito 19,2 %, Spagna 22 %). Inoltre il 15 % della popolazione non è servito dal sistema fognario. Gli impianti di depurazione attualmente realizzati coprono il 75 % della potenzialità necessaria, stimata in circa 100 milioni di abitanti equivalenti totali (civili + industriali). Peraltro, la capacità depurativa effettivamente utilizzata è pari soltanto al 59 % delle necessità di depurazione in quanto in molti casi gli impianti erano di piccole dimensioni e tecnologicamente obsoleti. In definitiva, i depuratori sono inadeguatamente gestiti, insufficienti o inesistenti per un italiano su tre.

Per il riassetto infrastrutturale (acquedotti, reti di distribuzione, fognature, depuratori), da realizzare nell’arco temporale di 30 anni, si prevede un investimento complessivo di 65 miliardi di €. Infine, in accordo con la Direttiva 60/2000, l’attuazione dei piani di gestione dei bacini idrografici dovrà consentire di raggiungere il “buono stato” delle acque naturali già entro il 2015. A tale riguardo, secondo un rapporto sulle performance ambientali in Italia pubblicato dall’OCSE nel 2013 oltre un terzo dei corpi idrici superficiali e oltre il 10 % delle risorse idriche sotterranee non riusciranno a raggiungere tale obiettivo.

Le nuove professioni legate allo sviluppo della green economy


Le considerazioni sopra riportate mostrano come la green economy promuova l’efficienza nell’uso dei risorse naturali e la crescita della domanda di nuovi prodotti e servizi, contribuendo così a sviluppare nuovi mercati e a creare nuova occupazione. In Italia la green economy può contare, fra l’altro, sulla tipica inclinazione alla qualità di molte nostre produzioni e sulle opportunità di mercato offerte dalla riconversione in chiave ecosostenibile di comparti tradizionali legati al settore manifatturiero. Recentemente questa linea  di tendenza è stata percepita, a livello istituzionale, dal Decreto sul “Fondo per la crescita sostenibile” emesso nel marzo 2013 dal Ministero dello Sviluppo Economico in cui  viene data esplicita priorità agli interventi che prevedono la creazione di nuova occupazione e la salvaguardia di quella esistente tramite l’applicazione di tecnologie e processi produttivi in grado di minimizzare gli impatti globali.

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Di pari passo è sempre più avvertita l’esigenza che il sistema formativo italiano sappia adeguare i curricula didattici alle nuove competenze richieste dalla green economy, al fine di fornire le competenze interdisciplinari e trasversali necessarie alla soluzione di problemi in cui ambiente, energia, salute, sicurezza, sostenibilità economica e sviluppo sociale sono fortemente interconnessi. Ovviamente, i cambiamenti richiesti al sistema formativo non devono riguardare soltanto l’università, ma devono coinvolgere anche la scuola primaria e secondaria, evitando così fratture fra i vari livelli formativi, oggi assai evidenti soprattutto all’interfaccia fra la scuola secondaria superiore e l’università.

Bibliografia essenziale

S.Zamboni, “L’Italia della Green Economy (idee, aziende e prodotti nei nuovi scenari globali)”, Edizioni Ambiente, 2011

ENEA, “Sostenibilità dei sistemi produttivi (strumenti e tecnologie verso la Green Economy)”, a cura di L.Cutaia e R.Morabito, Varigrafica Alto Lazio, 2012

E.Ronchi, R.Morabito, T.Federico, G.Barberio, “Un Green New Deal per l’Italia”, Edizioni Ambiente, 2013

Autori Vari, “Sviluppo dell’eco-innovazione in Italia”, in Energia, Ambiente e Innovazione, anno 59, n.5, settembre-ottobre 2013

Inoltre :

Documenti consultabili sul sito www.statigenerali.org

Documenti consultabili sul sito www.fondazionesvilupposostenibile.org

 

 

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