Tre maestri, una grande lezione di umanità

Nelson Rolihlahla Mandela, il Madiba, il tenace Maestro della Pace e del perdono ci ha lasciato: è entrato a fare parte della Storia dell’umanità, quale infaticabile testimone e fautore della lotta contro la discriminazione razziale, contro l’emarginazione e l’oppressione tanto a lungo inflitte al suo Popolo.

Il Madiba come il Mahatma Gandhi, come Martin Luther King: tre esperienze di vita, simili e differenti al tempo stesso, lungo un arco ideale proiettato a coprire più di un secolo.

Se in Sudafrica si colloca la prima grande svolta nella vita di Gandhi, all’alba del Novecento quando il giovane, timido avvocato indiano sperimentava la cocente umiliazione dell'apartheid maturando la convinzione che le nuove armi necessarie a combattere le ingiustizie e la negazione dei diritti umani dovessero essere “inventate” nella fucina della nonviolenza, Mandela raccoglieva idealmente quella stessa sfida per continuarla, ponendo i principi universali della tolleranza e della democrazia a fondamento della vita di ogni uomo e di ogni Stato.

Lungo il filo della Storia – le cui trame e i cui orditi hanno spesso intrecci complessi e affascinanti - quando nel 1963, ancora prima della condanna all'ergastolo, Mandela aveva iniziato a patire la privazione della libertà nelle carceri sudafricane, Martin Luther King - profondamente colpito dalla forza delle idee del Mahatma in occasione di un viaggio in India - pronunciava a Washington il famoso discorso la cui potenza evocativa rimane per sempre racchiusa nelle parole «I have a dream»: «c’é qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti.

Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta degeneri in violenza fisica. Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s’incontra con la forza dell’anima»
.

Dove si colloca la sottile linea di confine lungo la quale si incontrano la coraggiosa pratica della nonviolenza e la scelta di intervenire con ogni mezzo a difesa dei più deboli?

Una domanda, questa, che tormenta la ragione e il cuore di chiunque lotti per la costruzione di una società nella quale la libertà, il rispetto dei diritti di ciascuno - la vita in primis – e la condivisione degli ideali di Pace non siano solo speranze, ma possano farsi concrete certezze per ciascun individuo, come per ogni nazione.

La grandezza di uomini quali Mandela, Gandhi e Martin Luther King, ciò che maggiormente li rende protagonisti del nostro tempo, risiede nella profonda coerenza che ciascuno di essi, in modi differenti, ha saputo conferire alle proprie azioni all’interno di contesti storici e sociali diversi ma alla luce dei medesimi, nobilissimi Ideali.

Il Sudafrica era caratterizzato da deportazioni, da leggi restrittive per gli spostamenti interni e da pesanti provvedimenti di segregazione fin dagli anni Trenta, quando Mandela - all’epoca studente universitario - dava voce alla profonda indignazione per ogni forma di ingiustizia.

L’espulsione dall’università nel 1940 per aver guidato una manifestazione studentesca insieme a Oliver Tambo e la necessità di guadagnarsi di che vivere lavorando come guardiano alle Miniere della Corona di Johannesburg posero violentemente davanti ai suoi occhi, ma soprattutto al suo cuore, le disumane condizioni di miseria, di sfruttamento e di vessazione inflitte ai lavoratori, inducendolo a scegliere la via dell’impegno politico.

Mosso dall’umiliazione e dalle sofferenze della sua gente oppressa da leggi sempre più inique, nel 1944 Mandela, con Walter Sisulu e con Oliver Tambo, costituiva la Lega Giovanile dell’African National Congress (ANC), mentre il compimento degli studi di legge, perseguito con ostinata determinazione, gli consentiva di avviare, insieme con Tambo, il primo studio legale al quale potevano accedere i neri.

Due tappe che segnano l’inizio di una vita votata pienamente a combattere la piaga dell’apartheid.

Se l’iniziazione militante di Mandela – a ridosso del secondo conflitto mondiale – fu decisamente nonviolenta, l’efferatezza afrikaner lo avrebbe condotto ben presto a maturare la difficile scelta di combattere anche con le armi, rinunciando al ruolo di strenuo fautore della nonviolenza, per la quale peraltro lo stesso Gandhi ammetteva rarissime eccezioni.

Arrestato più volte e più volte liberato, i ventisette anni complessivamente trascorsi in carcere - diciotto dei quali nel più crudo isolamento - non riuscirono a scalfire la sua ferma determinazione a perseguire la libertà e la giustizia quale diritto di ogni persona: «ho nutrito l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono insieme in armonia […]

Questo è un ideale per cui vivo e che spero di realizzare. Ma se è necessario, è un’ideale per il quale sono pronto a morire». E quando l’11 febbraio 1990 la estenuante prigionia ebbe finalmente termine, il suo Popolo era saldamente unito nella volontà di seguirlo lungo il cammino che avrebbe portato dall’apartheid alla democrazia, nella convinzione che «oppressore e oppresso sono derubati entrambi della propria umanità»
.

Sospesa la quasi trentennale lotta armata dell’African National Congress, nel 1991 Mandela ne diveniva il leader indiscusso, avviando un processo di cooperazione con il governo e con gli altri partiti politici nei negoziati per il futuro del Sudafrica postapartheid.

Lungi dal cercare la vendetta, il desiderio di libertà per il suo popolo si è trasformato nel desiderio di libertà per tutti, in un percorso ideale nel quale la riconciliazione con l’avversario politico di un tempo, il presidente Frederik Willem de Klerk - sancita dal conferimento nel 1993 del Premio Nobel per la Pace per il comune impegno nella promozione di un Sudafrica democratico – la vittoria dell’ANC alle elezioni nel maggio 1994 e la conseguente nomina di Mandela alla guida del Paese hanno rappresentato le tappe fondamentali, così come la nuova Costituzione sudafricana, dalla quale la discriminazione nei confronti di tutte le minoranze è definitivamente bandita, rappresenta uno dei successi più luminosi.

La non accettazione di un secondo mandato presidenziale da parte di Mandela – che ritiratosi dalla vita politica nel 1999 all’età di 81 anni ha continuato la sua infaticabile azione umanitaria - costituisce una, ulteriore, dimostrazione della profonda, generosa dedizione di un uomo che con coraggio e con profonda saggezza ha sempre voluto e saputo anteporre alla centralità della propria persona il bene del proprio Paese e i principi di uguaglianza e di giustizia.

Sostituire ai sentimenti della vendetta, la volontà di riconciliazione, all’odio il perdono per lavorare insieme alla edificazione di un mondo più giusto: è questo il grande insegnamento che ci lascia Madiba, é questo il messaggio al quale la Fondazione Frammartino, nata da un gesto di generoso perdonoe dalla volontà di muoversi lungo il cammino della solidarietà e della Pace indicato da Angelo, giorno dopo giorno si ispira.

L’esempio dei grandi Maestri accompagni ciascuno di noi, in particolare i giovani – futuri eredi di questo nostro bellissimo e tormentato pianeta – e ogni nazione, sulla via che conduce alla Libertà, imprescindibile presupposto per la Pace tra i popoli.

 

Milano, 7 Dicembre 2013

 

 


Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo da un polo all'altro,
Ringrazio qualunque dio esista


Nella feroce morsa delle circostanze
Non ho arretrato né gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
>Il mio capo è sanguinante, ma non chino.

Oltre questo luogo d'ira e lacrime
Incombe il solo Orrore delle ombre
E ancora la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

William Ernest Henley


 

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