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In ricordo della....Memoria!

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Pubblichiamo un articolo comparso sulla Repubblica di qualche giorno fa in cui viene richiamato un bellissimo testo scritto da Ascanio Celestini con il titolo "Io racconto". Lo abbiamo trovato particolarmente adatto a ricordare un evento così importante come quello della Giornata della Memoria 2011 che si celebrerà il prossimo 27 Gennaio, nel sessantaseiesimo anniversario dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz.
Questo appuntamento divenuto ormai rito, ma che continua a trovare il suo senso nella lotta a tutte le segregazioni, i razzismi, e i tentativi di sterminio che avvelenano il nostro presente non può non essere un momento di riflessione importante anche per noi. Pace è anche non distogliere lo sguardo dalle ferite indelebili della storia recente e non.    In questo senso, Pace è Memoria. Memoria viva, non tanto esercizio del ricordo, ma trama di un racconto comune che nel passato cerca il bandolo della matassa, nel presente il filo per la sua tessitura, nel futuro la sua ragione. Pubblichiamo il testo di Ascanio Celestini "Io racconto", che può diventare motivo di riflessione, e stimolo a questa tessitura incessante che è il compito che tutti noi ci portiamo dalla storia nella nostra quotidianità.

Io racconto

"Io racconto quello che vedo. Devo raccontare sennò mi scordo. Alla fine del viaggio racconto così viaggio due volte, la prima è quella vera, ma la seconda è quella utile. E racconto anche alla fine del libro sennò mi scordo pure quello se non mi metto subito a raccontarlo. Mia madre per non rileggerli due volte di seguito ci scrive il nome a matita. Quando trova un libro col suo nome capisce di averlo già letto e lo ripone nella libreria, ma non si ricorda quello che c'è scritto. Il suo nome è sulla copertina, ma la memoria del libro s'è cancellata da un pezzo. Allora io racconto per non dimenticarmi. Anche io uso la matita nelle parti bianche delle prime pagine di un libro, ma ci scrivo quello che mi viene in mente. Sono pagine bianche e le uso per quello che sono, senza paura e senza rispetto. Ma poi quella storia la devo raccontare sennò me la perdo. E raccontandola aggiungo pezzi e poi mi confondo, non so se sto raccontando quello che ho letto o quello che ho scritto io. Ma continuo a raccontare lo stesso.

Io ascolto quelli che raccontano e non faccio differenze tra quello che è tornato a piedi dalla Russia in tempo di guerra e quello che aspetta l'autobus e mi parla del gelato al pistacchio. Perché la storia è fatta di guerre camminate a piedi, ma la nostra vita è anche il pistacchio. Invece la letteratura è un'invenzione che mette insieme tutto. E' la guerra al pistacchio.

Io ho incominciato a raccontare perché volevo imparare a raccontare tutto. Mi dicevano che non si poteva andare in teatro con la pronuncia sbagliata, con la dizione zoppicante. Al provino di un teatro stabile sono entrato dicendo "salve". L'esaminatrice ha detto "questa esse è un po' troppo scivolosa". Ho pensato "se dicevo buongiorno facevo più bella figura". Ma raccontare non significa parlare bene. Il racconto è fatto di oggetti. Io mi metto seduto davanti allo spettatore come al lettore del mio libro, a mio figlio piccolo come al vigile che mi sta facendo la multa. Io sto davanti a loro e racconto. Racconto come il burattinaio che non si deve mettere a fare le vocine per distinguere un personaggio dall'altro, non si perde in descrizioni perché i personaggi sono davanti agli occhi dello spettatore. Sono di legno o di carta pesta e si muovono veramente. Basta un piccolo cambiamento della voce, non serve l'imitazione. Non è la televisione con i concorrenti delle trasmissioni di barzellette che devono rendersi ridicoli per far ridere, non è il club degli imitatori dove bisogna indossare parrucche e nasi finti per sembrare qualcun altro. Nel teatro dei burattini quell'altro è già sulla scena. E' finto nel corpo, ma è fatto di voce vera.

Poi il ventesimo secolo ci ha portato via la finzione del teatro, ha ucciso i personaggi e ha bruciato i burattini. L'attore è rimasto da solo senza pupazzi, teschi in mano e parrucche in testa. E' rimasto solo l'uomo che racconta, coi personaggi trasparenti che si muovono impalpabili davanti ai nostri occhi. Personaggi che parlano con la nostra voce, ma con un corpo fatto di memoria. Io racconto come il burattinaio, ma senza i burattini."

Ascanio Celestini

Chiara Calò, Fondazione Angelo Frammartino ONLUS